Suor Elena
Di origini venete, ha vissuto a lungo a Bologna e fa parte delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore. E' stata a lungo l'unica presenza europea a Ithanga. Qui il suo mandato ha avuto termine alla fine dell'anno 2001, lasciando una forte impronta col suo modo di operare allegro e rispettoso. Attualmente presta il suo servizio presso la missione di Karuri, a pochi chilometri da Nairobi. Alcune righe di Suor Elena da Ithanga 2 febbraio 1997 "... Noi stiamo fisicamente bene, ma moralmente un po' scoraggiate per la difficile situazione che stiamo vivendo, prima di tutto perché siamo nuove e non conosciamo le loro necessità fino in fondo e tante volte quando riusciamo a scoprirlo è già troppo tardi. Secondo perché le necessità sono tante essendo gente molto povera. Vi sentiamo spiritualmente vicini a noi e questo ci dà la forza di continuare in questa missione tante volte difficile. Mando a tutti voi un forte abbraccio..."
15 settembre 1998 "Oggi ho due appuntamenti che mi impegnano tutta la mattinata. Alle 8.30 prendo il gippone del parroco, carico un tavolo e una sedia nuovi, porto con me due sacchetti di caramelle e due palloni e mi dirigo verso la scuola di S. Elisabeth. Percorriamo 4 o 5 Km sulla strada che passa in mezzo alle estesissime coltivazioni di ananas Del Monte. Ad un incrocio, giro a destra, supero un fossato e poi una stradina tutta buche e pozzanghere, raggiungo la scuola, gestita dalla missione. E' costituita da 3 costruzioni, realizzate con pali e fango dai genitori dei bambini della zona, che non avevano nell'arco di diversi chilometri, una scuola per i loro figli. Essi sono puntuali nel versare la piccola quota di 50 scellini per contribuire a una parte delle spese necessarie per lo stipendio degli insegnanti e l'acquisto di farina, latte e miglio. I bambini sanno del mio arrivo, per cui mi vengono incontro gioiosi e festanti. I più grandi scaricano il tavolo e lo portano nella loro aula nuova. Incontro prima i piccoli della scuola materna ai quali regalo un pallone promesso da tempo. Dopo i primi calci nello spiazzo di fianco alla scuola, entrano nell'ambiente che di domenica funge da chiesa parrocchiale. Da una parte una fila di 6 panchine di legno. I bambini scrivono sul loro quaderno, appoggiati sulle ginocchia. Dall'altra parte, sul pavimento di terra battuta, sono ammucchiati dei sacchetti di plastica, contenenti un barattolo col pranzo portato da casa. Il tavole
dell'insegnante alla domenica diventa l'altare sul quale Cristo scende tra
gli uomini. Passiamo all'aula della "scuola informale", che non
aveva ancora il tavolo e la sedia per l'insegnante. Costruita solo 15 giorni
fa, è frequentata da 30 bambini dai 6 ai 15 anni, che non sono andati alla
scuola materna, per cui non possono accedere alla primary school. Devono
infatti saper leggere e scrivere per iniziarne la frequenza. L'istituzione
è sorta per iniziativa dei genitori che vedevano i loro figli trascorrere
la giornata lungo il fiume, perché ormai troppo grandi per frequentare la
scuola materna. D'accordo con il direttore didattico, gli adulti hanno
costruito l'ambiente, io mi sono impegnata per la gestione e un insegnante
si dedica ai ragazzi, affinché in un trimestre possano prepararsi a
superare l'esame di ammissione. Anche a loro dono il pallone e le caramelle.
Assistiamo alla consegna della merenda, il momento più atteso della
mattinata. Nella cucina della scuola, una capanna di fango con 3 pietre che
sostengono un grosso pentolone, il cuoco ha preparato l'oscioro, una miscela
nutriente composta da latte e farina di miglio. Ogni bambino, in fila, viene
a farsi riempire il bicchiere e si mette in disparte per gustarne il
contenuto. Una mamma mi sta aspettando: vuole chiedermi di accogliere il suo
bambino nella scuola. Non c'è più posto. La rassicuro che potrà venire a
gennaio, all'inizio del nuovo anno scolastico. Un papà mi vede, corre a
casa a prendere 4 uova per farmi un dono. La maestra mi presenta Helene
Asiva, Margareth Wanjiku e Francis Ngumba, 3 alunni volonterosi che a 15
anni stanno imparando (solo ora) a leggere e a scrivere. Potranno iniziare
le scuole primarie se trovano degli sponsor disposti a sostenere le spese
necessarie. Faccio una foto con loro, fiduciosa di poterla mostrare a
persone generose, che vorranno aiutarli. Il vicedirettore, venuto per
incontrarmi, mi presenta altri casi di bambini in difficoltà, per i quali
chiede l'aiuto di metà quota, perché possano continuare a studiare.
Accolgo la proposta sicura delle parole di Gesù: "Date e vi sarà
dato". Con questa certezza in
animo mi avvio verso casa, perché mi aspettano le mamme con i bambini
malati e denutriti. Lungo la strada do un passaggio a una di queste, che ha
2 gemelline di 2 anni e mezzo, che ancora non si reggono in piedi. Per loro
ho prenotato un appuntamento da un professore italiano, a Narumoro, per una
visita specialistica. Sotto il grande albero del piazzale mi stanno
aspettando una trentina di mamme con i loro piccoli. Attacco al ramo più
robusto un'apposita bilancia e prima di tutto li peso: qualcuno è cresciuto
e qualche altro no. Un bambinone paffutello è solo gonfio a causa del
marasma. Per ognuno registro i progressi, accolgo le notizie e do le dovute
informazioni. Per tutti è stato preparato un barattolo di margarina e un
sacchetto di farina di fagioli, di granoturco, zucchero e miglio.
Riannodando la "ghetambaia" ogni mamma o nonna mette il proprio
bambino sulle spalle e riparte contenta. Torneranno tutte tra 3 settimane.
Mentre rientro alle 13.30, si avvicina una donna e mi dice: "Sister, ti
ricordi che mi avevi prestato i soldi per il funerale di mio figlio morto a
Mombasa? Per ora te ne restituisco la metà, perché mio marito non lavora,
appena posso ti porterò il resto". Incontrando Suor Catherine mi dive
che oggi quasi nessuno ha pagato le medicine, perché non poteva. Il bimbo
venuto ieri sera alle 21 con la polmonite e la febbre a 39°, oggi è
tornato per un'altra iniezione di penicillina. Un'altra
vita è salva... gratis! Signore, come potremmo essere strumenti
della tua bontà e provvidenza, se tu non fossi con noi e attraverso la
generosità di tanti amici lontani tu non ci ripetessi anche oggi:
"Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date".
Gennaio 1999 "Al nostro arrivo la missione di Ithanga funzionava già da 3 mesi e diverse attività sociali erano già state avviate. La zona era così secca, così arida da fare apparire il tutto come se fosse morto. Grazie a Dio, dopo 2 anni di permanenza, di attività apostolica e sociale, posso notare una grande trasformazione. Più di ogni altra cosa mi atterriva, ogni settimana, la morte di tanti bambini per malnutrizione. Ne ero così sconvolta da non poterne parlare. Ancor peggio, gli adulti, dopo una breve alquanto lieve malattia, non erano più in grado di stare in piedi a causa della debolezza fisica dovuta a insufficiente nutrizione. Noi suore, insieme ai sacerdoti, abbiamo affrontato la situazione dando vita ad un programma che contempla la distribuzione di cibo ai casi più seri di malnutrizione, includendo bambini e adulti, senza alcuna discriminazione tribale o religiosa. Ci siamo trovate di fronte a non pochi casi bisognosi di trattamento ospedaliero. La gente sviluppò però in un primo momento un'eccessiva fiducia nelle suore: spesso ci portavano pazienti così gravi che non c'era niente da fare e la grande incredulità dei familiari ci faceva sentire il peso dell'impotenza. Il lavoro, tante volte, ci lasciava la sera, esauste e tristi. Ora vedo una nuova Ithanga: anche se non mancano persone bisognose, i casi disperati sono meno numerosi." Gennaio 1999 "...Eravamo agli inizi del 1997; stavamo ancora abituandoci alla vita di Ithanga, quando siamo venute a conoscenza del disagio di una famiglia molto numerosa che viveva in una piccola capanna di fango. Era composta da una madre e 4 figli, ma la mamma era malata di aids. Safina era l'ultima nata, prematura il 31 gennaio 1997, dopo soli 6 mesi di gestazione. Nessuno però si era accorto che era prematura. Noi continuavamo a nutrire la piccola a casa senza notare che versava in gravi condizioni. Dopo alcuni giorni la madre si ammalò gravemente e così decidemmo di portare all'ospedale madre e figlia. La madre morì in pochi giorni. Portai la bambina nell'Istituto delle suore del Cottolengo che si prendono cura dei bambini HIV positivi. Qui Safina fu messa in incubatrice per tre mesi. Dopo la sua nascita le fu fatto molte volte il test HIV che risultava purtroppo sempre positivo. Ora ha 2 anni, il test le viene ripetuto periodicamente ed è negativo... Uniamoci insieme per aiutare questi piccoli angeli." Ithanga, 9 dicembre 2000 Ho ricevuto l'offerta di 40 milioni per i pozzi. Sono immensamente grata. L'ammontare della spesa per i due pozzi, finora, senza i tubi, il cavo e tutto l'occorrente che manca, è di £ 30 milioni circa. I lavori sono quasi finiti. Nel primo pozzo sono arrivati alla profondità di m. 70, ma l'acqua era poca. Nel secondo, invece, sono arrivati a m. 40 e l'acqua è abbondante. E' davvero un dono grande del Signore, perché qui, in modo particolare, l'acqua è vita. Non mi dilungo nel descrivere altre situazioni, perché avete avuto la possibilità di conoscere la realtà di questa gente, come vivono e dove vivono. Preghiamo il Signore che piova, perché hanno seminato i fagioli e se manca l'acqua è davvero un guaio, specialmente per i più poveri. |