Padre Giuseppe Richetti - Il ricordoNel 2003 ricorre il centenario della presenza dei missionari della Consolata in Kenya. Ecco alcuni ricordi, tratti dal giornale della Consolata, di Padre Giuseppe Richetti, che tanto ha dato al Kenya.
I giovani e i pellegrini che in quest’anno centenario del nostro arrivo in Kenya hanno visitato la «culla» delle missioni della Consolata, a Tuthu, avranno certamente sostato presso un tempietto, isolato nella radura: è il luogo esatto dove, il 29 giugno 1902, fu celebrata la prima messa in territorio kikuyu. Quel monumento, modesto e prezioso ad un tempo, fu progettato e realizzato da padre Giuseppe Richetti. Tra le molteplici attività della sua vita missionaria, era anche attento alle piccole cose, ai «segni» capaci di suscitare emozioni e interrogativi. Ricordandolo oggi, a quasi 10 anni dalla sua scomparsa improvvisa, l’immagine che di lui è rimasta più impressa è quella di un uomo «tuttofare», dall’instancabile e variegata attività. Per lui, essere missionario significava affrontare la realtà con generosa dedizione e sguardo intelligente, per rispondere ai bisogni, prevenire le attese, inventare soluzioni. Se la parola non fosse un po’ abusata, si potrebbe dire che fu «un profeta»: non arrabbiato o scostante, ma buono, sensibile e... furbo! L’Africa l’aveva nel sangue e, prima di raggiungerla, dopo l’ordinazione sacerdotale, aveva dovuto aspettare «impazientemente» oltre 10 anni in Italia e Spagna. Le idee sulla missione le aveva chiare, anche perché aveva operato una scelta convinta, lasciando il seminario diocesano di Modena per entrare tra i missionari della Consolata. Ma i superiori volevano prima approfittare delle molteplici doti di un giovane prete, pieno di entusiasmo e voglia di fare, brillante nell’insegnamento, trascinatore nell’animazione missionaria, capace di maneggiare senza problemi soldi e bilanci. Anche se lui, il chiodo lo ribatteva continuamente, insistendo con richieste accorate per la partenza, convinto che se questa fosse stata ancora dilazionata, avrebbe inferto «un colpo mortale al suo entusiasmo missionario». Finalmente, nel 1968, poteva raggiungere il Kenya, convinto che quello sarebbe stato il luogo definitivo dei suoi giorni, che nessuno gli avrebbe mai strappato via; nemmeno i superiori che, dopo aver tentato di proporgli un’eventuale destinazione, come economo negli Stati Uniti, si sentirono rispondere: «Non mi sento più di lasciare questa vita per intraprendere un lavoro in gran parte sconosciuto e che, nel poco che conosco, mi ripugna profondamente... Mi permetto di chiedere di non darmi un’obbedienza che mi richiederebbe una violenza che non sono in grado di farmi!». Ci riuscirono in realtà, qualche anno dopo, a farlo ritornare in Spagna come maestro dei novizi. Ma fu solo una parentesi di nemmeno due anni. In Kenya iniziò nella missione di Tompson’s Falls e poi a Kerugoya. Qui, pur sommerso da intense attività pastorali, riuscì a costruire, con l’aiuto dei fratelli coadiutori, un’artistica chiesa parrocchiale (la prima di una lunga serie), funzionale e ammirata da tutti. Insieme ad un’équipe affiatatissima, fu richiesto per due anni a Nyeri, per organizzare il «Centro pastorale». Nonostante fosse impegnato al massimo nel campo pastorale (e anche... murario), non trascurava quello che era uno dei suoi risvolti più caratteristici: l’attenzione amorosa ai poveri. Rimaneva profondamente colpito dalle situazioni di indigenza e, nello stesso tempo, della sua impotenza di fronte all’enormità dei problemi. Scriveva agli amici, nel natale del 1992: «L’esperienza più forte è quella della povertà, nei suoi aspetti elementari (mancanza di cibo-medicine-vestiti) e in quelli più complessi: bambini che non vanno a scuola, genitori che non si curano dei figli, disoccupazione giovanile, corruzione... Davanti a tali situazioni, spesso mi prende un senso di impotenza. Tanto più che, mentre tradizionalmente la fraternità del clan assicurava protezione a tutti e a ciascuno, oggi le esigenze della sopravvivenza acuiscono (ahimè) l’individualismo... “I poveri li avete sempre con voi e potete aiutarli quando volete”. Ma li teniamo veramente sempre con noi, in mezzo a noi? Oppure, sono sempre più emarginati e dimenticati? Cosa vuol dire aiutarli? Si fa presto a dire: “Insegnate a pescare, invece di dare un pesce!”. Non bisogna dimenticare che per pescare, oltre all’amo, occorrono i pesci e l’acqua!». Sono rimaste famose due sue iniziative, per venire incontro ai bisogni: il «revolving fund», microcrediti concessi alla gente e che, una volta restituiti, venivano nuovamente «investiti» per altri; e il mulino mobile, trasportato di villaggio in villaggio, secondo le necessità di coltivatori e contadini. Venne anche nominato amministratore della missione del Sagana: una realtà complessa e variegata per la presenza di molteplici attività: noviziato, casa di ritiri, parrocchia, dispensario, villaggio per donne anziane, scuole professionali... Riuscì, come sempre, a tenere testa a tutto con vivacità, saggezza e creatività. Un tocco tutto personale lo diede all’ideazione della cappella rotonda della Bethany House, così da lui sognata: «I fedeli siedono su di un’unica panca circolare, che corre tutta intorno all’edificio; lo scranno più alto è riservato al celebrante: simbolo della comunità, stretta attorno al suo pastore. L’altare, al centro, costruito su una roccia che balza dal pavimento, richiama il Calvario; l’ambone è la tomba vuota, rappresentazione plastica del mistero che qui si celebra: calpestando la tomba, simbolo di morte, proclamiamo la risurrezione». Tra le numerose iniziative, rimise in attività la tipografia, sfornando a pieno ritmo sussidi di ogni tipo per la formazione di catechisti, animatori di gruppi giovanili, leaders di comunità di base, missionari. Suo chiodo fisso era il catecumenato degli adulti (non molto presente in Kenya, nonostante la riforma del Concilio ecumenico): si impegnò perché fosse serio, duraturo, impostato come vero cammino di iniziazione cristiana, quale era appunto nella chiesa dei primi tempi. L’aspetto che più colpiva in padre Giuseppe, fragile all’apparenza, erano le mille idee che erogava, instancabile nel ricercare il nuovo, ma attentissimo anche agli aspetti più normali dell’esistenza. Amava fermarsi a chiacchierare con tutti, domandando informazioni, interessandosi ai problemi (anche spicci) e elargendo consigli pratici (e non solo spirituali) sull’agricoltura, l’allevamento, le costruzioni, le malattie, i soldi... Ebbe anche problemi di salute e due volte dovette subire l’operazione all’anca destra, che lo costrinsero ad usare un caratteristico bastone-seggiolino a forma di ombrello, che non abbandonava mai. L’ ultimo suo campo di lavoro fu alla periferia di Nairobi, nella parrocchia di Banana Hill (la collina delle banane): piccola come territorio, ma popolata di 65 mila persone (1.500 per chilometro quadrato), con una marea sconfinata di giovani: 2.700 nella scuola materna; 14 mila in quella elementare; 7 mila al liceo. Cifre da capogiro! Come sempre, si tuffò nell’impresa cercando di trovare, ancora una volta, strade e mezzi perché la piccola comunità cristiana locale diventasse punto di riferimento e luogo di fraternità per tutti. Ma quell’uomo che non sapeva coniugare il verbo «riposare» non riuscì a terminare la lunga serie dei progetti in cantiere. A soli 60 anni, la sua corsa frenetica si arrestava, lasciando in tutti il vuoto e la tristezza per la sua scomparsa. Una persona buona, generosa e capace di sognare in grande. Con i piedi per terra e un grande ottimismo in cuore.
Un tempo breve Suor Anne Maxwell, americana, che ha condiviso con padre Giuseppe l’esperienza del Centro pastorale di Nyeri, tra i mille ricordi, annotava: «Dentro di lui c’era una forza capace di abbracciare il mondo, condividere con ognuno, far diventare realtà il sogno della bontà di Dio e la gioia di essere missionario della Consolata... Lavorando vicino a lui, ho potuto rendermi conto della ricchezza dei suoi doni, della sua spiritualità contemplativa e della sua abnegazione nel “fare missione”. Ci furono momenti di tensione, che avremmo potuto evitare, dovuti alla sua apparente impazienza e alla nostra incapacità di vedere le cose con la sua chiarezza. Il suo obiettivo era così chiaro, la sua visione di chiesa così vivida che, a volte, mi sembrava di vedere la stessa incredulità di Gesù davanti a situazioni analoghe. Non è dato a tutti di vedere chiaramente, di sperimentare così profondamente, di amare così pienamente, di soffrire così nascostamente, di lavorare così infaticabilmente, di sperare così fiduciosamente. La sua urgenza di lavorare per Dio era solidamente sostenuta da una vita di preghiera e da un’infaticabile attenzione ai bisognosi. Il tempo non gli bastava mai: era come se avesse il presentimento che il tempo, per portare a termine i suoi sogni, dovesse interrompersi di colpo...» |